Ocse: 42,7% dei giovani senza lavoro

La disoccupazione giovanile in Italia nel 2014 è aumentata di 2,7 punti rispetto al 2013, arrivando a quota 42,7%.
Rispetto al 2007, prima dell’attuale crisi economia e finanziaria, la percentuale di ragazzi senza lavoro è più che raddoppiata.
Lo riferisce l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che commenta il dato come “inaccettabilmente alto”.

cq5dam.thumbnail.588.184.pngPer il momento, questi dati ci comunicano che “Più di una persona su 4 di età uguale o inferiore ai 29 anni in Italia non è né occupata né in educazione (Neet)”, percentuale che “si è impennata del 40% dall’inizio della crisi, aprendo un ampio divario con la media Ocse”.
Non solo: se consideriamo gli under 25, arriva la conferma che il loro ingresso nel mondo del lavoro è tuttora legato a contratti precari, e negli ultimi due anni la percentuale di lavoro atipico e a tempo determinato è aumentata, passando dal 52,7% del 2013 al 56% attuale.

Nel 2000, solo 1 lavoratore su 4 era precario.

Secondo l’Ocse, tuttavia, occorre dare fiducia al Jobs Act, che “aumentando gli incentivi alla creazione di posti di lavoro a tempo indeterminato con il nuovo contratto a tutele crescenti, ed estendendo la copertura dei sussidi di disoccupazione, rappresenta un importante passo avanti verso la riduzione delle diseguaglianze di lungo periodo. La riforma, aggiunge l’organizzazione parigina, contiene anche “importanti misure per aumentare le risorse destinate alle politiche attive sul mercato del lavoro, e migliorarne l’efficacia”.

Torneranno mai le percentuali di disoccupazione giovanile del 2007, quando tale dato si fermava al 20.4%?

Se le condizioni del mercato del lavoro nell’area Ocse sono “in generale miglioramento”, la ripresa della crisi è evidentemente disomogenea e lenta. Si prevedono tassi di disoccupazione elavati ancora fino al 2016, con molte difficoltà a entrare nel mercato del lavoro se non attraverso part-time e contratti molto brevi, secondo le necessità, per esempio, della manifattura, dell’edilizia, dell’artigianato. Il rischio che l’esercito dei Neet aumenti, inoltre, è concreto e pericoloso. Dall’inizio della crisi, sono aumentati del 40%, a differenza di quanto è accaduto negli altri paesi europei.

Lo studio odierno dell’Ocse si sofferma anche sulla qualità delle retribuzioni.
In Italia, il salario medio è aumentato dello 0,8% fra il 2014 e il 2015 (pari a 37.744 dollari), ma occorre ancora recuperare quanto si è perso dal 2007 a oggi (0,4%). Con tali livelli, ci collochiamo all’ultimo posto della classifica dei salari medi reali, dopo la Spagna.

Disoccupazione giovanile ancora al 40,9% – Italia quarta in Europa

imagesI dati mensili su occupati e disoccupati che l’Istat ha diffuso poche ore fa meritano particolare attenzione, perché si riferiscono ad aprile, primo mese di applicazione del Jobs Act.
Dopo il calo degli ultimi mesi, l’occupazione aumenta e quella generale si attesta sul 12,4%. La disoccupazione giovanile (15-24 anni), invece, non riesce ad allontanarsi dalla soglia critica del 40% (questo mese, 40,9%, come indicato dal grafico):

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fonte: Istat

In ogni caso, il segno positivo caratterizza anche la partecipazione dei più giovani al mercato del lavoro:

  • gli occupati 15-24enni sono 946mila
  • aumentano del 5,7% rispetto al mese precedente (+51mila)
  • il tasso di occupazione giovanile cresce del 15,9% (+0,9% rispetto a marzo)

in questi prospetti, i dettagli di quanto detto e la ripartizione per sesso e geografica calcolata su base trimestrale:

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fonte: Istat

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fonte: Istat

Precisa l’Istat che “Il numero di giovani disoccupati mostra un lieve calo su base mensile (-8 mila, pari a -1,3%). L’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è pari all’11,0% (cioè poco più di un giovane su 10 è disoccupato). Tale incidenza diminuisce nell’ultimo mese di 0,1 punti percentuali.
Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati) è pari al 40,9%, in diminuzione di 1,6 punti percentuali rispetto al mese precedente”.

E aggiunge: “Il numero di giovani inattivi è in calo dell’1,0% nel confronto mensile (-44 mila). Il tasso di inattività dei giovani tra 15 e 24 anni diminuisce di 0,7 punti percentuali, arrivando al 73,1%.
In termini tendenziali, rispetto ad aprile 2014, si osserva un aumento del numero di giovani occupati (+4,1%, pari a +37 mila), a fronte di un calo che interessa sia i disoccupati (-5,5%, pari a -38 mila) sia gli inattivi (-0,7%, pari a -32 mila)”.

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fonte: Istat

Il confronto con l’Europa

Contestualmente a questi dati, sono stati diffusi anche quelli di Eurostat, che registra un calo della disoccupazione dal 11,2% di amrzo all’attuale 11,1%. Un segnale debolissimo, ma è interessante il confronto fra i diversi Paesi dell’eurozona.

Il tasso più basso si registra in Germania (4,7%), il più alto in Grecia (25,4%) e Spagna (22,7%). In calo anche quella giovanile: nella zona euro passa da 22,6% a 22,3%, nella Ue-28 da 20,9% a 20,7%.

Il dato più basso sempre in Germania (7,2%), Austria e Danimarca (10,1%), i più alti in Grecia (50,1% a febbraio), Spagna (49,6%), Croazia (45,5%) e Italia (40,9%). La disoccupazione, che nella zona euro ad aprile 2014 era a 11,7%, resta sopra il 10% in Croazia (17,5%), Cipro (15,6%), Portogallo (13%), Italia (12,4%), Slovacchia (12,1%), Francia (10,5%). I cali più sensibili, su base annua, si sono avuti in Spagna (da 24,9% a 22,7%), Lituania (da 11,1% a 8,9%) e Irlanda (da 11,8% a 9,7%). Mentre gli aumenti maggiori in Finlandia (da 8,5% a 9,4%), Francia (da 10,1% a 10,5%), Croazia (da 17,1% a 17,5%).

Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, che ad aprile 2014 nella zona euro era a 23,9%, dopo Grecia, Spagna, Croazia e Italia, il tasso più elevato si registra in Portogallo (31,2%), Slovacchia (24,6%), Francia (23,7%).(ANSA).

Per approfondire: http://www.istat.it/it/archivio/161416

Occupazione giovanile: Italia in fondo alla classifica Ocse

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Tra i Paesi dell’area Ocse, l’Italia occupa l’ultimo posto per occupazione giovanile: solo il 52,8% dei giovani tra i 25 e i 29 anni ha un’occupazione, mentre la media nell’area è pari allo 73,7%.
Peggio del nostro risultato, solo quello della Grecia (48,49%) che, però, non è inclusa nell’area Ocse, mentre la Spagna recupera qualche punto (58,1%).
Ai piani alti della classifica, invece, spiccano Olanda, Austria e Giappone, con tassi di occupazione fra i giovani che superano l’80%

Il rapporto dell’organizzazione (“Oecd skills outlook 2015”)  considera il periodo cruciale intercorso fra il 2007 e il 2013, quando il tasso di occupazione giovanile ha perso quasi12 punti.
Il commento dell’istituzione parigina non esita a sottolineare che, per il nostro Paese, quello della disoccupazione giovanile è un “problema specifico”, causato da “condizioni sfavorevoli e debolezze nel mercato del lavoro e nelle istituzione sociali ed educative”. Per gli stessi motivi, aumentano anche i ragazzi inattivi, i Neet: gli under 30 che non studiano e non lavorano sono quasi il 30%, in crescita soprattutto tra le donne. Nei Paesi industrializzati questa popolazione ha raggiunto una quota drammatica: oltre 35 milioni. 

A determinare la posizione così penalizzante, per l’Italia, concorre, sempre secondo l’Ocse, un livello basso di formazione. Gli abbandoni scolastici aumentano, così come si registrano “scarse competenze di lettura” e “scarse abilità in matematica”, tra i giovani in età lavorativa. Si tratta di fattori che, in un mondo globalizzato, impediscono la buona occupabilità e tagliano fuori molti under 30 dalla competizione per merito nella conquista di un posto di lavoro adeguato.

Secondo il Rapporto, infatti, quasi un terzo dei giovani occupati italiani svolge un “lavoro di routine”, che non richiede competenze specifiche né offre formazione è possibilità di carriera. Il 54,3% dei lavoratori fra i 16 e i 29 anni, per esempio, non ha esperienza di utilizzo del computer sul posto di lavoro.

Lavoratori italiani under 35: lo stato delle cose

Negli anni della crisi (daSchermata 2015-05-20 alle 12.07.47l 2008 a oggi), sono scomparsi 2 milioni di lavoratori under 35.

Il tasso di occupazione, per loro, è sceso di 11,3 punti, raggiungendo l’attuale 39,1% e solo nell’ultimo trimestre c’è stato il primo, timidissimo, segno positivo (+0,3 punti).

Dalle pagine del Rapporto annuale 2014 dell’Istatpresentato oggi, che segnala lo stato delle cose nel nostro Paese e diverse emergenze; prima fra tutte, il lavoro giovanile.
“I giovani hanno pagato in misura più elevata la crisi; le prospettive di trovare e mantenere un impiego sono sempre più incerte”.

In crescita, negli stessi anni, anche il fenomeno della “fuga dei cervelli“, degli emigranti altamente qualificati, insomma, che l’Istat definisce “mobilità intellettuale”: tremila dottori di ricerca (il 12,9%) si sono stabilizzati definitivamente all’estero. Si tratta soprattutto di giovani specializzati in disciplina scientifiche, in particolare fisici, matematici e informatici.

Per chi resta entro i confini nazionali, il destino professionale, spesso, non è soddisfacente: “è aumentato il fenomeno della sovraistruzione, ovvero sono aumentate le persone che accettano occupazioni meno qualificate rispetto al proprio titolo di studio”.

Cresce ancora il divario fra regioni settentrionali e meridionali. “Nel nostro Paese – si legge nel Rapporto –  la dinamica dell’occupazione negli anni della crisi è stata drammatica e ha ampliato gli squilibri per generazione e per territorio che contraddistinguono il mercato del lavoro.
Il fenomeno ha assunto dimensioni di estrema gravità nel Mezzogiorno, dove la diminuzione dell’occupazione è iniziata prima, è stata più intensa durante tutto il periodo e si è accentuata nell’ultimo anno rispetto al Nord”.

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Nonostante ciò, l‘alta qualificazione è sempre un vantaggio: c’è la conferma che “la laurea premia”:

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CFcDl9FWEAACIP_Uno sgaurdo, infine, su quelle che l’Istat considera le aree professionali vincenti:

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Bamboccioni o sfruttati?

Qualche giorno fa, la società di intermediazione del lavoro Manpower ha pubblicato un comunicato stampa per fare il punto sulle risorse umane di Expo2015, che apre a Milano fra pochi giorni.
Al portale ManpowerGroup4Expo, si legge, sono arrivate “160mila candidature per le posizioni di lavoro per Expo Spa” e 150mila per i Padiglioni. La maggiorparte dei candidati è composta da giovani fra i 18 e i 30 anni, laureati e provenienti dal Nord Italia. 1000 circa sono le persone reclutate e assunte”.

Ma, tra i candidati inizialmente selezionati, quasi la metà ha già rinunciato. “Si evidenza, infatti, un 46% di ripensamenti“.
Secondo Manpower le cause che hanno portato a questa scelta sono: “la lunghezza e la complessità del processo di selezione e la turnazione che prevede il lavoro nelle giornate di sabato e domenica”.

Sul dato della rinuncia, il dibattito mediatico ha rispolverato l’etichetta di bamboccioni e choosy, attribuendola ai ragazzi under 30 italiani che, ancora una volta, avrebbero dimostrato di “non aver voglia di lavorare”.

A dirimere la questione, dimostrando la superficialità delle conclusioni tirate da alcuni giornalisti, un interessante pezzo apparso sul sito Valigia Blu, firmato da Andrea Zitelli, e segnalato da Good Morning Italia, che vi proponiamo integralmente (non perdete le testimonianze nei commenti).

Expo, Manpower, Corriere: la retorica dei giovani che non vogliono lavorare ha rotto il cazzo Tra proposte indecenti e disinformazione. Le testimonianze di chi ha rinunciato e i media che pubblicano comunicati senza verificare.

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Turni scomodi, anche di sabato e di domenica e un pizzico di pigrizia che fa tanto choosy. Sarebbero questi i motivi che hanno spinto – ha denunciato ieri Elisabetta Soglio sulle pagine del Corriere della sera – circa l’80% delle persone arrivate a un passo dalla firma, tramite la selezione fatta dalla Manpower (società specializzata in offerte di lavoro), a lasciare un impiego a Expo, da maggio a ottobre, con contratti di apprendistato da 1300-1500 euro al mese. «Una generazione non abituata a lavorare» così Aldo Grasso, giornalista del quotidiano di via Solferino, ha voluto commentare la notizia, aggiungendo una pesante accusa in un paese in cui la disoccupazione giovanile ha toccato lo scorso febbraio un tasso del 42,6%.

Leggendo però il pezzo, ci si accorge che qualcosa manca. C’è il parere del commissario unico di Expo, Giuseppe Sala che si definisce «stupito», da nessuna parte però viene raccontata l’altra campana: quella dei giovani che hanno deciso di non accettare un lavoro all’evento mondiale che si terrà a Milano a partire dal 1 maggio. Tante le persone che hanno commentato l’articolo sulle pagine social dei giornali, indignate per come venivano rappresentati i fatti. Una moltitudine di storie personali che hanno smentito il racconto di intere fette di popolazione che hanno poca voglia di lavorare.

«La scelta di rinunciare, per quello che mi riguarda, è quella che avrebbe fatto un qualunque lavoratore che si fa due conti in tasca» racconta Andrea, 24 anni, neo laureato, a Vita.it. «Expo – continua il ragazzo – per uno stipendio di 1.300 euro mi chiedeva una disponibilità pressoché illimitata, h 24, 7 giorni su 7. E già questo non mi pare una cosa del tutto normale. Se poi pensiamo che si tratta comunque di un lavoro a termine e che è da capire quanto faccia curriculum, ho semplicemente  preferito accettare un contratto meno vantaggioso economicamente ma più duraturo, che mi insegni veramente un mestiere e con degli orari normali».

Oltre ai conti in tasca, alla base della rinuncia vi è anche la questione delle procedure di selezione. Martina Pompeo ha 25 anni, vive a Torino, ha una laurea triennale e un master in “management dei beni culturali e le industrie culturali e creative” e un grande entusiasmo per un possibile lavoro all’esposizione mondiale a Milano. «Quando ho visto l’opportunità Expo – spiega Martina – non volevo lasciarmela sfuggire. Non avevo grosse aspettative economiche ma speravo che questo lavoro potesse darmi le competenze necessarie per il futuro». Mandata la candidatura lo scorso autunno, la ragazza passa i test attitudinali e viene chiamata a gennaio per il colloquio. Passati 4 mesi, ad aprile, riceve una chiamata in cui le riferivano di essere stata confermata per la posizione Expo per uno stage in “comunication and social network” e che le avrebbero mandato la graduatoria ufficiale il giorno dopo. Martina chiama i giorni successivi l’ufficio Manpower di Milano, in cui le dicono di aspettare e di mandare una mail. Nessuna risposta, fino al 16 aprile: «vengo ricontattata e mi dicono che la formazione inizierà il 21». L’indomani le comunicano che il corso sarebbe cominciata non più il 21 ma il 22 aprile «in quanto c’erano stati problemi riguardanti un aspetto del contratto». La mail di Manpower sulla partecipazione al corso di formazione spiega però Martina non «riportava una graduatoria e neanche dettagli aggiuntivi sul contratto di lavoro». «Io attualmente sto lavorando (per sopravvivere) e non me la sono sentita di mollare di punto in bianco senza preavviso il mio lavoro per andare incontro a una giornata di formazione senza una prova scritta del compenso che avrei percepito», spiega. A farla propendere per la rinuncia è stata «la poca serietà da parte di Manpower». «Avrei accettato anche prendendo uno stipendio da fame e facendo turni massacranti – ammette – ma se le selezioni sono state così poco serie, cosa mi posso aspettare dall’esperienza in sé?».

Non di meno nella decisione hanno pesato anche il dover farsi i conti in tasca e vedere di rientrarci per vivere, tra i costi del viaggio («gli affitti a Milano sono talmente alti che è meglio dormire 3 ore per notte e fare la pendolare») e la vita di tutti i giorni: Sono stata molto tentata di accettare anche se il salario era di 500 euro con contratto di stage (40 ore settimanali). Ovvero, finiti questi 6 mesi non si ha neanche la possibilità di chiedere la disoccupazione e ovviamente senza versare contributi. (…) Probabilmente, solo se fossi stata ancora a casa con i miei avrei potuto prendere 500 euro al mese senza problemi, perché in quel caso non avrei avuto dovuto fare i conti con la spesa e le bollette.

Una situazione poco chiara con un forte senso di precarietà emerge anche dalle altre esperienze di chi ha partecipato alla selezione. Francesca S. abita in Brianza, ha 51 anni e ha studiato francese e giapponese. Per questo motivo si era proposta per il padiglione del Giappone. Iscritta al sito di Manpower appena aperto, per questa proposta di lavoro l’hanno chiamata a febbraio del 2015 e il 26 dello stesso mese ha sostenuto il colloquio. «Eravamo in 25 di tutte le età e da tutta Italia per il ruolo da hostess», racconta aggiungendo che «di soldi non ne hanno parlato e nemmeno di orario di lavoro».

Due settimane dopo l’hanno chiamata per dirle che era passata, ma «il senso di precarietà che trasmettevano è stato il motivo per cui molte persone si sono allontanate», prosegue Francesca. Il lavoro sarebbe dovuto iniziare il 7 aprile, ma non è stato così. «Ci hanno chiamate il 15 e avremmo dovuto iniziare a lavorare solo due giorni dopo, il 17», spiega. Le condizioni erano: 1200 euro lordi per otto ore di lavoro. «Ma i turni proposti – aggiunge Francesca – erano sempre di 6-4 ore, a seconda del padiglione, e la paga di conseguenza scendeva. Nessuno di noi ha mai protestato per i turni del sabato e della domenica». Alla fine Francesca ha rinunciato. «Non comincio un lavoro che poi non so come va a finire».

Alessandra P, invece vive nelle Marche, ha 40 anni, una laurea in lingue e letterature orientali e parla 3 lingue: Mi chiamano dopo una lunga attesa per un lavoro da “hostess accrediti”, dicendomi che avevo passato la selezione, ma le cose vanno a rilento. La chiamata arriva, ma mi dicono che sarei dovuta partire il giorno successivo per firmare il contratto senza che qualcuno mi avesse specificato i dettagli dello stesso.

Nonostante questo Alessandra arriva a Milano a sua spese, perché sta cercando «disperatamente lavoro», non sapendo ancora se si sarebbe trattato di un contratto full time o part time –questione non indifferente soprattutto per chi è di fuori Milano –. Ma una volta all’appuntamento dice di non aver trovato i contratti pronti: «ci dicevano che non dovevamo preoccuparci, perché con il contratto che sarebbe stato di mezza giornata sicuramente si sarebbero trasformate in 6 ore più 2 di straordinario».«Ma – si domanda Alessandra – chi mi garantisce la sicurezza dello straordinario?». Inoltre, nell’attesa di poter leggere un testo scritto per capire i dettagli del contratto, le viene detto che il «primo contratto sarà di soli due giorni, venerdì e sabato, poi rinnovato per dieci giorni, dal lunedì successivo fino alla fine di aprile». Ma da maggio in poi non le vengono date certezze. Sulla paga Alessandra dice che si sarebbe aggirata sui 600/700 euro al mese, «anche se sono stati sempre molto reticenti a parlare della retribuzione» e racconta il caso di persone che prese per un lavoro in uno dei padiglioni della fiera, fino alla fine hanno creduto di prendere 1000 euro netti per 7 ore al giorno, 5 giorni a settimana per poi una volta arrivati alla firma trovarsene poco più di 600. «In molti non hanno firmato perché non rientravano nelle spese», conclude Alessandra. Storie simili di confusione e reticenze nella selezione dei candidati alla base del rifiuto di lavorare per l’Expo sono state raccontate anche dal Fatto quotidiano, Giornalettismo, Gli Stati Generali, Huffington post, Next Quotidiano.

Per riportare un quadro completo, abbiamo cercato di conoscere anche la versione di Manpower, ma non è arrivata ancora una risposta alle nostre domande. Serena Scarpello, ufficio stampa della società, ha pubblicato su Twitter un comunicato in cui si conferma che “i ripensamenti tra i candidati inizialmente selezionati sono stati molti” (il 46%), fornendo quindi dati che sembrano smentire quelli del Corriere che parlava di circa l’80% di abbandoni, ma senza entrare nel merito delle cause e delle accuse rivolte di una non adeguata selezione delle persone coinvolte.

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Della stantia retorica del giovane (o meno) italiano “choosy” che non prende al volo le ghiotte occasioni di lavoro che gli verrebbero offerte ne avevamo già parlato più volte, mostrando che in questi casi la storia raccontata dai giornali, una volta approfondita, non corrisponde alla complessità della realtà. Proprio per questo ci si domanda perché la colpa della disoccupazione venga scaricata ancora una volta sui disoccupati.

fonte: http://www.valigiablu.it/expo-manpower-corriere-la-retorica-dei-giovani-che-non-vogliono-lavorare-ha-rotto-il-cazzo/?utm_source=Good+Morning+Italia+-+Live&utm_campaign=b3f86d4ebe-28_12_2014_LIVE&utm_medium=email&utm_term=0_717559c8d5-b3f86d4ebe-56822353

Cala la disoccupazione giovanile, crescono gli inattivi

Da 41,4% a 41,2%: a dicembre, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è sceso.
Si tratta, secondo l’Istat che ne diffonde oggi i dati, del dato più basso da agosto 2013.

Un lieve calo congiunturale, insomma, poiché gli appena due decimi di punto in meno non riescono a fronteggiare l’aumento dell’inattività. Nello stesso mese, gli inattivi  – coloro che non cercano lavoro e non si formano – sono cresciuti di 7mila unità (47mila su base annua).
In termini assoluti, gli occupati under 30 sono poco più di 900mila, 5mila in meno del novembre 2014 precedente e 13mila rispetto l’anno precedente.
In Europa, solo la Spagna, dove solo il 50,9% dei giovani è stabilmente occupato, si mantiene sui livelli dell’Italia, mentre il tasso generale UE, in miglioramento seconto i rilevamenti Eurostat, si assesta intorno al 21%.

Se il tasso (generale) di disoccupazione in Italia è pari al 12,6%, in diminuzione di 0,1 punti, aumentano, invece, le donne occupate: +0,2%  a dicembre.

Sebbene l’incremento sia irrisorio, si spera nel mantenimento di questa tendenza. Se il segno più dovesse caratterizzare l’intero 2015, la ripresa occupazionale – unitamente a quella meramente economica, stimata, sempre dall’Istat, intorno allo 0,1% – smetterebbe di essere una chimera, per l’Italia e per il resto dei Paesi dell’Eurozona.

Da rilevare, infine, che il 2014 ha segnato il record storico del tasso di disoccupazione (in media, 12,7%), con il superamento della soglia del 20% nelle regioni meridionali. Per gli under 30, invece, lo stesso tasso è arrivato al 42,7% e il picco negativo ha riguardato, ancora una volta nel Mezzogiorno, le donne: 58,5%.

Per concludere, un’analisi delle ragioni dell’inattività, secondo l’Istat:

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NEET: in Italia, due milioni e mezzo di inattivi

stub-156753_640Sono due milioni e mezzo (un giovane su quattro), nel nostro Paese, gli under 30 che né studiano né lavorano. Sono, appunto, i Neet: Not engaged in Education, Employment or Training.
L’Istat ha diffuso oggi l’ultimo rapporto Noi Italia (i cui dati si riferiscono al 2013), specificando che il 26% dei giovani fra i 15 e i 29 anni sono praticamente inattivi.
Tale percentuale, che è sempre cresciuta durante la crisi, aumenta tra le donne (27,7%) rispetto agli uomini (24,4%). Significative, anche le differenze regionali: la Sicilia possiede il record negativo di Neet, seguita da Calabria, Puglia e Campania.

Non è così nel resto dell’Europa: se dopo di noi c’è solo la Grecia, infatti, in Francia (13,8%) e in Germania (28,9%), la questione Neet non è un allarme.

Questa fotografia si inserisce nel noto panorama preoccupante della disoccupazione giovanile che, come si sa, ha raggiunto il 40% fra i ragazzi sotto i trent’anni, con un picco, nelle regioni meridionali, che colpisce soprattutto le donne: 53,7%.

Sul fronte giovani, il rapporto  fornisce anche buone notizie: aumentano, per esempio, i laureati, raggiungendo la soglia del 22,4%: obiettivo di una crescita costante del livello della formazione per i trentenni, ma lontano dal parametro consigliato dalla Commissione europea (40%).

Una lieve riduzione riguarda anche la quota di unità di occupazione irregolari che, tuttavia, si mantiene intorno al 12% e racconta meglio di molti altri dati quanto il nostro sia un Paese diviso: il lavoro nero al Sud è il doppio rispetto al Centro-Nord.