Bamboccioni o sfruttati?

Qualche giorno fa, la società di intermediazione del lavoro Manpower ha pubblicato un comunicato stampa per fare il punto sulle risorse umane di Expo2015, che apre a Milano fra pochi giorni.
Al portale ManpowerGroup4Expo, si legge, sono arrivate “160mila candidature per le posizioni di lavoro per Expo Spa” e 150mila per i Padiglioni. La maggiorparte dei candidati è composta da giovani fra i 18 e i 30 anni, laureati e provenienti dal Nord Italia. 1000 circa sono le persone reclutate e assunte”.

Ma, tra i candidati inizialmente selezionati, quasi la metà ha già rinunciato. “Si evidenza, infatti, un 46% di ripensamenti“.
Secondo Manpower le cause che hanno portato a questa scelta sono: “la lunghezza e la complessità del processo di selezione e la turnazione che prevede il lavoro nelle giornate di sabato e domenica”.

Sul dato della rinuncia, il dibattito mediatico ha rispolverato l’etichetta di bamboccioni e choosy, attribuendola ai ragazzi under 30 italiani che, ancora una volta, avrebbero dimostrato di “non aver voglia di lavorare”.

A dirimere la questione, dimostrando la superficialità delle conclusioni tirate da alcuni giornalisti, un interessante pezzo apparso sul sito Valigia Blu, firmato da Andrea Zitelli, e segnalato da Good Morning Italia, che vi proponiamo integralmente (non perdete le testimonianze nei commenti).

Expo, Manpower, Corriere: la retorica dei giovani che non vogliono lavorare ha rotto il cazzo Tra proposte indecenti e disinformazione. Le testimonianze di chi ha rinunciato e i media che pubblicano comunicati senza verificare.

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Turni scomodi, anche di sabato e di domenica e un pizzico di pigrizia che fa tanto choosy. Sarebbero questi i motivi che hanno spinto – ha denunciato ieri Elisabetta Soglio sulle pagine del Corriere della sera – circa l’80% delle persone arrivate a un passo dalla firma, tramite la selezione fatta dalla Manpower (società specializzata in offerte di lavoro), a lasciare un impiego a Expo, da maggio a ottobre, con contratti di apprendistato da 1300-1500 euro al mese. «Una generazione non abituata a lavorare» così Aldo Grasso, giornalista del quotidiano di via Solferino, ha voluto commentare la notizia, aggiungendo una pesante accusa in un paese in cui la disoccupazione giovanile ha toccato lo scorso febbraio un tasso del 42,6%.

Leggendo però il pezzo, ci si accorge che qualcosa manca. C’è il parere del commissario unico di Expo, Giuseppe Sala che si definisce «stupito», da nessuna parte però viene raccontata l’altra campana: quella dei giovani che hanno deciso di non accettare un lavoro all’evento mondiale che si terrà a Milano a partire dal 1 maggio. Tante le persone che hanno commentato l’articolo sulle pagine social dei giornali, indignate per come venivano rappresentati i fatti. Una moltitudine di storie personali che hanno smentito il racconto di intere fette di popolazione che hanno poca voglia di lavorare.

«La scelta di rinunciare, per quello che mi riguarda, è quella che avrebbe fatto un qualunque lavoratore che si fa due conti in tasca» racconta Andrea, 24 anni, neo laureato, a Vita.it. «Expo – continua il ragazzo – per uno stipendio di 1.300 euro mi chiedeva una disponibilità pressoché illimitata, h 24, 7 giorni su 7. E già questo non mi pare una cosa del tutto normale. Se poi pensiamo che si tratta comunque di un lavoro a termine e che è da capire quanto faccia curriculum, ho semplicemente  preferito accettare un contratto meno vantaggioso economicamente ma più duraturo, che mi insegni veramente un mestiere e con degli orari normali».

Oltre ai conti in tasca, alla base della rinuncia vi è anche la questione delle procedure di selezione. Martina Pompeo ha 25 anni, vive a Torino, ha una laurea triennale e un master in “management dei beni culturali e le industrie culturali e creative” e un grande entusiasmo per un possibile lavoro all’esposizione mondiale a Milano. «Quando ho visto l’opportunità Expo – spiega Martina – non volevo lasciarmela sfuggire. Non avevo grosse aspettative economiche ma speravo che questo lavoro potesse darmi le competenze necessarie per il futuro». Mandata la candidatura lo scorso autunno, la ragazza passa i test attitudinali e viene chiamata a gennaio per il colloquio. Passati 4 mesi, ad aprile, riceve una chiamata in cui le riferivano di essere stata confermata per la posizione Expo per uno stage in “comunication and social network” e che le avrebbero mandato la graduatoria ufficiale il giorno dopo. Martina chiama i giorni successivi l’ufficio Manpower di Milano, in cui le dicono di aspettare e di mandare una mail. Nessuna risposta, fino al 16 aprile: «vengo ricontattata e mi dicono che la formazione inizierà il 21». L’indomani le comunicano che il corso sarebbe cominciata non più il 21 ma il 22 aprile «in quanto c’erano stati problemi riguardanti un aspetto del contratto». La mail di Manpower sulla partecipazione al corso di formazione spiega però Martina non «riportava una graduatoria e neanche dettagli aggiuntivi sul contratto di lavoro». «Io attualmente sto lavorando (per sopravvivere) e non me la sono sentita di mollare di punto in bianco senza preavviso il mio lavoro per andare incontro a una giornata di formazione senza una prova scritta del compenso che avrei percepito», spiega. A farla propendere per la rinuncia è stata «la poca serietà da parte di Manpower». «Avrei accettato anche prendendo uno stipendio da fame e facendo turni massacranti – ammette – ma se le selezioni sono state così poco serie, cosa mi posso aspettare dall’esperienza in sé?».

Non di meno nella decisione hanno pesato anche il dover farsi i conti in tasca e vedere di rientrarci per vivere, tra i costi del viaggio («gli affitti a Milano sono talmente alti che è meglio dormire 3 ore per notte e fare la pendolare») e la vita di tutti i giorni: Sono stata molto tentata di accettare anche se il salario era di 500 euro con contratto di stage (40 ore settimanali). Ovvero, finiti questi 6 mesi non si ha neanche la possibilità di chiedere la disoccupazione e ovviamente senza versare contributi. (…) Probabilmente, solo se fossi stata ancora a casa con i miei avrei potuto prendere 500 euro al mese senza problemi, perché in quel caso non avrei avuto dovuto fare i conti con la spesa e le bollette.

Una situazione poco chiara con un forte senso di precarietà emerge anche dalle altre esperienze di chi ha partecipato alla selezione. Francesca S. abita in Brianza, ha 51 anni e ha studiato francese e giapponese. Per questo motivo si era proposta per il padiglione del Giappone. Iscritta al sito di Manpower appena aperto, per questa proposta di lavoro l’hanno chiamata a febbraio del 2015 e il 26 dello stesso mese ha sostenuto il colloquio. «Eravamo in 25 di tutte le età e da tutta Italia per il ruolo da hostess», racconta aggiungendo che «di soldi non ne hanno parlato e nemmeno di orario di lavoro».

Due settimane dopo l’hanno chiamata per dirle che era passata, ma «il senso di precarietà che trasmettevano è stato il motivo per cui molte persone si sono allontanate», prosegue Francesca. Il lavoro sarebbe dovuto iniziare il 7 aprile, ma non è stato così. «Ci hanno chiamate il 15 e avremmo dovuto iniziare a lavorare solo due giorni dopo, il 17», spiega. Le condizioni erano: 1200 euro lordi per otto ore di lavoro. «Ma i turni proposti – aggiunge Francesca – erano sempre di 6-4 ore, a seconda del padiglione, e la paga di conseguenza scendeva. Nessuno di noi ha mai protestato per i turni del sabato e della domenica». Alla fine Francesca ha rinunciato. «Non comincio un lavoro che poi non so come va a finire».

Alessandra P, invece vive nelle Marche, ha 40 anni, una laurea in lingue e letterature orientali e parla 3 lingue: Mi chiamano dopo una lunga attesa per un lavoro da “hostess accrediti”, dicendomi che avevo passato la selezione, ma le cose vanno a rilento. La chiamata arriva, ma mi dicono che sarei dovuta partire il giorno successivo per firmare il contratto senza che qualcuno mi avesse specificato i dettagli dello stesso.

Nonostante questo Alessandra arriva a Milano a sua spese, perché sta cercando «disperatamente lavoro», non sapendo ancora se si sarebbe trattato di un contratto full time o part time –questione non indifferente soprattutto per chi è di fuori Milano –. Ma una volta all’appuntamento dice di non aver trovato i contratti pronti: «ci dicevano che non dovevamo preoccuparci, perché con il contratto che sarebbe stato di mezza giornata sicuramente si sarebbero trasformate in 6 ore più 2 di straordinario».«Ma – si domanda Alessandra – chi mi garantisce la sicurezza dello straordinario?». Inoltre, nell’attesa di poter leggere un testo scritto per capire i dettagli del contratto, le viene detto che il «primo contratto sarà di soli due giorni, venerdì e sabato, poi rinnovato per dieci giorni, dal lunedì successivo fino alla fine di aprile». Ma da maggio in poi non le vengono date certezze. Sulla paga Alessandra dice che si sarebbe aggirata sui 600/700 euro al mese, «anche se sono stati sempre molto reticenti a parlare della retribuzione» e racconta il caso di persone che prese per un lavoro in uno dei padiglioni della fiera, fino alla fine hanno creduto di prendere 1000 euro netti per 7 ore al giorno, 5 giorni a settimana per poi una volta arrivati alla firma trovarsene poco più di 600. «In molti non hanno firmato perché non rientravano nelle spese», conclude Alessandra. Storie simili di confusione e reticenze nella selezione dei candidati alla base del rifiuto di lavorare per l’Expo sono state raccontate anche dal Fatto quotidiano, Giornalettismo, Gli Stati Generali, Huffington post, Next Quotidiano.

Per riportare un quadro completo, abbiamo cercato di conoscere anche la versione di Manpower, ma non è arrivata ancora una risposta alle nostre domande. Serena Scarpello, ufficio stampa della società, ha pubblicato su Twitter un comunicato in cui si conferma che “i ripensamenti tra i candidati inizialmente selezionati sono stati molti” (il 46%), fornendo quindi dati che sembrano smentire quelli del Corriere che parlava di circa l’80% di abbandoni, ma senza entrare nel merito delle cause e delle accuse rivolte di una non adeguata selezione delle persone coinvolte.

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Della stantia retorica del giovane (o meno) italiano “choosy” che non prende al volo le ghiotte occasioni di lavoro che gli verrebbero offerte ne avevamo già parlato più volte, mostrando che in questi casi la storia raccontata dai giornali, una volta approfondita, non corrisponde alla complessità della realtà. Proprio per questo ci si domanda perché la colpa della disoccupazione venga scaricata ancora una volta sui disoccupati.

fonte: http://www.valigiablu.it/expo-manpower-corriere-la-retorica-dei-giovani-che-non-vogliono-lavorare-ha-rotto-il-cazzo/?utm_source=Good+Morning+Italia+-+Live&utm_campaign=b3f86d4ebe-28_12_2014_LIVE&utm_medium=email&utm_term=0_717559c8d5-b3f86d4ebe-56822353

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